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L’Autostrada dei pasticci (politici)

Così è stata soprannominata in un articolo sul Corriere della Sera di Gian Antonio Stella e Sergio Rizzo del 2010 la disavventura delle autostrade del Lazio: un pasticcio combinato dalla Regione Lazio che costituì con Storace, nel 2003, una società mista pubblico-privato (ARCEA Lazio SpA 51% regione Lazio, 49% Autostrade, Monte Paschi di Siena e Consorzio 2050) per la progettazione, realizzazione e gestione della stessa.

 

Bruxelles obietta l’affidamento “in house” alla società non essendo questa al 100% pubblica e la Regione Lazio per tutta risposta incarica il consorzio 2050 di progettare l’opera.

Ma dopo una serie di pasticci e tentativi di aggiustamenti, la subentrata giunta Marrazzo decide di rifare tutto e costituisce una nuova società: la “Autostrade del Lazio S.p.A.” 50% Regione Lazio e 50% ANAS.

Appena il centrodestra vince le politiche, pura coincidenza, partono le richieste di arbitrato prima dal consorzio 2050 con una richiesta di risarcimento danni per 674 milioni, poi Autostrade per altri 185 milioni di danni.

Totale 859 milioni più le parcelle degli arbitri, che si sommano ai circa 3 milioni di euro del costo previsto per l’intero corridoio tirrenico.

 

Il decreto del Fare del 21 giugno 2013, riporta in vita il corridoio che giaceva silente come un serpente nascosto sotto la sabbia, ed in fretta e furia il CIPE il 2 agosto autorizza nuovamente la delibera 88/2010 che la Corte dei Conti nel 2012 aveva bocciato perché priva di giustificate risorse economiche.

 

Se ne parla da decenni, ci è costato già 100 milioni di euro con la costituzione di due società ad hoc, oggi approviamo un progetto che costerà altri 3 miliardi di euro, che non ha più la stessa motivazione di venti anni fa e che ancora una volta viene “imposto” ai cittadini senza che essi ne sappiano nulla o siano in qualche modo stati coinvolti, contravvenendo alla convenzione di Aarhus che l’Italia ha ratificato fin dal 2001.

(“La Convenzione stabilisce il diritto, per il pubblico interessato, di partecipare ai processi decisionali relativi all’autorizzazione di determinate attività, per lo più di natura industriale, aventi impatto ambientale significativo, nonché all’elaborazione di piani, programmi, politiche e atti normativi adottati dalle autorità pubbliche. Agli interessati deve essere garantita la possibilità di presentare osservazioni, di cui le autorità pubbliche devono tener conto“)

 

Un progetto che “se il buongiorno si vede dal mattino” difficilmente vedrà la sera, e che rischia di diventare un’ennesima cattedrale nel deserto, anzi non nel deserto, ma nel mezzo delle campagne romane, in quanto attraversa vigneti, piantagioni di kiwi, uliveti, fiancheggia casali antichi e luoghi di rilevanza paesaggistica.

 

Un progetto che contrasta con le strategie europee decise nel libro bianco dei trasporti, dove al primo punto c’è si il miglioramento della qualità delle strade, ma al secondo punto vi è il rilancio delle ferrovie che in Europa trasportano solo l’8% delle merci, mentre negli Stati Uniti con una politica sostenibile sono riusciti a portare il loro utilizzo al 40% : tale esempio dimostra che il declino delle ferrovie non è irreversibile.

 

Confermiamo ancora una volta la cecità della nostra politica, che vuol darci l’illusione di operare per salvare l’economia, di operare contro la crisi facendo partire i cantieri di un opera che paghiamo noi con le nostre tasse e i cui frutti, nella migliore delle ipotesi, non arriverebbero comunque prima di 10 anni.

 

Con 3 miliardi di euro quante piccole e medie imprese potrebbero rimettersi in gioco, senza la necessità di spostarsi in autostrada?

Dobbiamo sperare piuttosto che tra 10 anni vi siano ancora merci da trasportare…

 Paolo Trenta

M5S Velletri

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