Una riflessione sul disastro ambientale

Da venerdi 5 maggio lo stabilimento della “ECO X” di Pomezia è a fuoco e la paura del disastro ambientale aleggia sulla popolazione dei Castelli Romani.

Quello che soprattuto adira i cittadini è il non avere notizie certe, e soprattutto non averle dai propri sindaci.

Si perchè il sindaco è il responsabile della condizione di salute della popolazione del suo territorio, responsabilità che condivide con il consiglio comunale. Allo stato attuale, per una modifica della legge 833/78 non sono più i sindaci a gestire il servizio sanitario, anche se a essi sono affidati dal DLg 299/99 (decreto Bindi) poteri di programmazione, di controllo e di giudizio sull’operato del direttore generale delle ASL. I compiti del sindaco sono quindi comunque ampi, soprattutto egli deve conoscere lo stato di salute della popolazione, deve prendere provvedimenti se le condizioni ambientali sono invivibili, se esistono pericoli incombenti e, per la direttiva Seveso, deve informare la popolazione dei rischi rilevanti cui è sottoposta.

Dopo le prime ordinanze informative e cautelative di tenere chiuse le finestre ed evitare di rimanere esposti, sulla base delle prime direttive della ASL, i sindaci sono rimasti in attesa di maggiori informazioni dagli organi preposti al controllo quali ARPA ed ASL.

I social si sono riempiti di insulti nei confronti degli stessi come se potessero spazzare l’accaduto in un soffio di vento. Non sono mancate le operazioni di sciacallaggio: a Nettuno è addirittura apparsa una falsa ordinanza di rinvio della processione della Madonna delle Grazie, rivelatasi appunto falsa, mentre poi non sono mancate le accuse al sindaco di non tutelare i cittadini per non aver rinviato la processione.

SINDACI TRA PROCURATO ALLARME E DISASTRO AMBIENTALE

I sindaci, in assenza di risorse e di competenze per poter definire la gravità della situazione si trovano tra l’incudine di eccedere in cautela rischiando un procurato allarme ed il martello del disastro ambientale per non aver fatto abbastanza.

APRILIA – POMEZIA – COLLEFERRO TRIANGOLO INDUSTRIALE

La triste realtà è che viviamo nel mezzo di un triangolo industriale che con le emissioni delle sue numerose aziende chimiche e di gestione rifiuti sta inquinando irrimediabilmente una delle più belle zone d’Italia.

Il problema non è certo di un sindaco, ma di un territorio. La direttiva Seveso introduce una serie di attività di prevenzione e monitoraggio di tipo sovracomunale che dovrebbe impedire che certe cose accadano, eppure nonostante ciò si è dimostrato con due roghi in pochi mesi, che un territorio così omogeneo per tipologia e per problematiche non ha una strategia comune di gestione di una crisi ambientale, nonostante viva all’interno di un triangolo mortale così inquinante.

STRATEGIA DI EMERGENZA

Chiediamo, che i sindaci dei comuni all’interno del triangolo inquinante pretendano dalla Regione Lazio, uno stato di emergenza per rischio ambientale, sanitario e tecnologico di tipo B (livello provinciale e regionale) al fine di creare una struttura di missione che opererebbe per la messa in sicurezza del territorio (decontaminazione).

Che i comuni si uniscano al fine di progettare ed attuare insieme, e con il supporto degli Enti preposti quali ARPA, ISPRA e Protezione Civile regionale, una strategia di prevenzione, monitoraggio e gestione di situazioni critiche di emergenze ambientali, attraverso un piano di emergenza intercomunale.

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